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11 Giugno 2018

Tre moschettieri e un super maestro

Da sinistra: Alfonso Angelini, Pietro Manca, Francesco Ruspoli, presidente all’epoca della F.I.G., Ugo Grappasonni, Aldo Casera Da sinistra: Alfonso Angelini, Pietro Manca, Francesco Ruspoli, presidente all’epoca della F.I.G., Ugo Grappasonni, Aldo Casera

A settembre tornerà l'Open d'Italia dopo la bella edizione del 2015 la più frequentata della storia con  cinquantamila spettatori, un numero incredibile che ha polverizzato il precedente record di 41.000 presenze registrare nel 2008 al Castello di Tolcinasco G&CC. Purtroppo anch in questa felice occasione all’entusiasmo del pubblico non ha corrisposto ancora una volta una vittoria azzurra che manca dal 2006, quando proprio sullo stesso tracciato milanese si impose Francesco Molinari, sesto italiano ad andare a segno in un totale di 72 tornei. Il torinese ha affiancato il suo nome a quelli di Francesco Pasquali, vincitore dell’edizione inaugurale del 1925, di Aldo Casera (1948), di Ugo Grappasonni (1950-1954), di Baldovino Dassù (1976) e di Massimo Mannelli (1980). Tra i "magnifici sei" soffermiamo l’attenzione su Aldo Casera e Ugo Grappasonni, due esponenti dei mitici "Tre moschettieri" del golf italiano, che da soli hanno firmato quasi il cinquanta per cento dei successi.

Del trio faceva parte anche Alfonso Angelini, che non ebbe mai la fortuna di vincere l’Open, ma che detiene un primato probabilmente destinato a perenne imbattibilità: si impose per ben dieci volte nel Campionato Nazionale Omnium. La loro storia si intreccia con quella di un altro grandissimo personaggio, Pietrino Manca "il maestro dei maestri" che ha trascorso tutta la sua vita in quello che era divenuto il suo piccolo regno: il circolo dell’Acquasanta a Roma. Furono loro, tra l’altro, che il 18 novembre 1963, insieme ad Antonio Roncoroni presidente del Golf Club Menaggio, fondarono l’associazione dei professionisti, prima chiamata APIG e successivamente PGA Italiana.

ALDO CASERA

Aldo Casera conquistò il titolo Open (1948) nell’immediato dopo guerra, nella sua Sanremo. Ci aveva provato già l’anno prima, ma fu bruciato dall'olandese Flory Van Donck, che si era imposto nell’edizione del 1938, l'ultima prima degli eventi bellici, e che dunque era il campione in carica. Van Donck, autentico gentleman, si era sentito in dovere di venire a difendere il titolo, quando nessuno gli avrebbe certo rimproverato il contrario. A Casera non fu sufficiente stabilire il nuovo record del percorso con 61 colpi e perse soprattutto per uno scarso feeling con il putter.

Un giornalista definì i suoi putt "miserabili", ma Casera non se la prese poi più di tanto. "In fondo - ebbe a dire - avrei potuto avere un palmares molto più consistente, ma ero troppo nervoso e sul green ne combinavo di tutti i colori, mandando regolarmente in fumo quanto avevo seminato dal tee. Avevo un drive molto lungo e eseguivo approcci eccellenti, poi però c’era sempre il green... Così nella mia carriera ho collezionato tanti secondi e terzi posti, ma meno successi di quanti forse ne avrei meritati".

Nel 1948 si prese la rivincita, ma la vittima non fu Van Donck. Sconfisse Pietrino Manca e Ugo Grappasonni in una gara memorabile. Dodici mesi dopo Casera sfiorò il bis. Fu superato a Villa d'Este dall'egiziano Hassan Hassanein, all'epoca trentatreenne, un fior di giocatore che, tra l'altro, batté il famoso australiano Norman Von Nida nella finale dell'Egyptian Match Play nel 1951. Ebbe un destino tragico: perse la vita per lo scoppio di una stufa a kerosene nel 1957. Casera fu ancora secondo nel 1960 a Venezia alle spalle di Brian Wilkes, anno in cui terminò la prima serie, chiamiamola così, dell'Open d'Italia (che non si disputò tra il 1961 e il 1970) e in cui si concluse anche il periodo forse migliore per i giocatori italiani, quello appunto iniziato nel 1947, con tre successi e nove secondi posti.

Casera era nato nel 1920 a Sanremo. Da bambino vide nascere il Circolo degli Ulivi, strappato alla collina da 250 operai. Fu un amore a prima vista, che i genitori non vedevano di buon occhio. Gestivano un ristorante a Ventimiglia prima di trasferirsi in Valle Crosia, nei pressi di Bordighera dove c’era un percorso che avevano creato gli inglesi vacanzieri, che con questo sistema (costruire tracciati in tutto il mondo ovunque avessero un motivo per sostare) hanno contribuito in maniera determinante allo sviluppo della disciplina.

I Casera avevano perso alcuni terreni espropriati per dar vita al percorso sanremese e, in particolare, era di loro proprietà una casa nel luogo dove sarebbe poi nata la buca sette. In essa il progettista Peter Gannon lasciava sacca e ferri, che qualche volta il piccolo Aldo usava. Aveva imparato a giocare seguendo il greenkeeper Placido Calegari come un’ombra e proprio nel 1931 vinse la sua prima gara a Bordighera. Limitò la scuola alle elementari e a un corso di scuole serali, poi fu solo golf, prima come caddie di Peter Gannon, poi come assistente del maestro Prette a Menaggio e a Carezza. A diciotto anni fu terzo ai Campionati italiani, ma la sua ascesa venne interrotta dalla guerra. "Durante la prigionia - raccontò più tardi - usavo un badile per eseguire lo swing".

Ripresa l’attività vinse l’Open di Normandia (1947) e l’anno dopo accompagnò il successo nell’Open d’Italia con quelli nell’Open delle Dolomiti e nel Campionato Italiano. Seguirono l’Open Championship dei Laghi e il Campionato Nazionale Omnium (1949), l’Open di Svizzera (1950), l’Open del Marocco, il Campionato Italiano Match Play e l’European Open (1954), il Campionato Nazionale Italiano (1956/1959), l’Open Lancia d'Oro (1965) e l’Open de Vallescure (1969).

Nel 1948 divenne maestro titolare del Golf Club Milano, dove rimase fino al 1967, e nel frattempo ebbe l’incarico di rendere praticabili le 18 buche di Sanremo devastate dagli eventi bellici. Soleva dire di aver dato tanto al golf, ma riconosceva di aver ricevuto tanto di più. Tra i suoi fiori all’occhiello, l’aver insegnato golf a Re Baldovino del Belgio.

Aldo Casera era un gentiluomo vecchio stampo, sempre pacato e misurato nel linguaggio, dotato di grande umanità e "così signorilmente modesto", come scrisse di lui il giornalista Gabriele Villa, inviato de "Il Giornale". Avanti con gli anni, era sempre presente ai maggiori avvenimenti, quasi un'istituzione. Scomparve improvvisamente nel 1999, nella notte del 2 maggio per una crisi cardiaca, dopo aver assistito alla terza giornata dell'Open d'Italia, disputato a Torino in occasione del Centenario della Fiat.

UGO GRAPPASONNI

Ugo Grappasonni, autentico "romano de Roma", era nato al Quarto Miglio, un chilometro oltre il circolo dell’Acquasanta l’8 maggio del 1922. Andava a scuola chiedendo passaggi sui carri da vino che, all’epoca, facevano la spola con i Castelli Romani "e quando arrivavo in classe - ricordava - puzzavo di mosto". La via del ritorno era sempre uguale, con una sosta alle Capannelle, poco più avanti del Quarto Miglio, per vedere i cavalli nelle scuderie e magari appassionarsi nel tempo all’ippica, oppure al circolo dell’Acquasanta. E Ugo venne irresistibilmente attratto dal più antico tracciato d’Italia. Si univa a un nugolo di ragazzi che andavano a raccogliere palline, ma a lui piaceva il gioco e scoprì presto di avere un talento innato. A dodici anni aveva cancellato l’handicap e a 16 vinse il primo torneo. Poi prese a girare il mondo, esprimendosi in un inglese dallo spiccato accento romanesco e con la sigaretta tra le labbra che non l’abbandonava mai, neanche al momento di eseguire il drive.

Vinse due Open d’Italia, nel 1950 a Roma bruciando Alfonso Angelini, e nel 1954 a Villa d'Este superando John Jacobs. Sul percorso dell'Acquasanta, per sconfiggere Angelini e altri campioni di caratura internazionale tra i quali il blasonato Henry Cotton, Grappasonni dovette ricorrere al meglio del suo repertorio. Così stabilì per due volte il record del campo, con 69 colpi al mattino e con un 66 incredibile per l'epoca nel pomeriggio.

"Dovevamo nascere più tardi - ripeteva come un ritornello senza fine - Io, Manca, Casera e Angelini giocavamo per una bottiglia di champagne. Oggi gira un mucchio di soldi. E noi che praticamente ci giocavamo la cena". Arrivò decimo all’Open Championship (1954) e giocò una World Cup alla quale partecipò Ben Hogan. A fine gara Hogan gli chiese di accompagnare la moglie a colazione, perché doveva rivedere qualcosa in campo pratica. Li avrebbe seguiti. Non vedendolo arrivare tornarono indietro e lo trovarono ancora lì, che stava provando e riprovando un colpo che non lo aveva soddisfatto durante il giro.

Nessuno, secondo la critica del tempo, era capace di uscire dai bunker come Grappasonni, considerato un giocatore di precisione e che si distingueva con dei drive che morivano quasi sempre a centro pista.

La svolta nel 1962, quando si sposò con Maura. Definì l’evento come "la più bella partita della mia vita". Smise di giocare definitivamente nel 1967 e divenne maestro titolare all’Olgiata, con la moglie impegnata a gestire il pro-shop. E’ deceduto nel 1999 all’età di 77 anni.

ALFONSO ANGELINI

Non ebbe un rapporto fortunato con l’Open il terzo "moschettiere", Alfonso Angelini, scomparso nel 1995. Era nato a Roma il 26 giugno del 1918, ma non in periferia come Grappasonni. Aveva un linguaggio meno colorito, ma con gli altri due grandi campioni condivideva la passione per il golf vissuto come lavoro, spesso duro, sacrificio, ma anche esaltazione nei momenti della vittoria o delle grandi sfide sia tra di loro che con i grandi campioni dell’epoca. Erano autodidatti e avevano l’umiltà di osservare continuamente tutti coloro dai quali potevano apprendere qualcosa di nuovo, letteralmente "rubando" segreti dove potevamo. E furono tutti e tre grandi maestri, capaci di trasmettere con estrema efficacia quanto avevano appreso nei loro viaggi in Italia e all’estero.

"Occorre sacrificio- soleva dire Angelini negli ultimi anni della sua vita - per diventare campioni in questo sport. Oggi è tutto più facile, perché c’è la possibilità di guadagnare molto. E anche i campi sono ben diversi: noi trovavamo tra l’erba persino i carciofi. Eravamo tre amici, prima che avversari sul campo. Uno guardava l’altro e ci davamo dei consigli per migliorarci. Ugo aveva un movimento invidiabile; Aldo era un giocatore "lungo"; io lasciavo a desiderare sotto l’aspetto stilistico, ma ero potente".

Figlio di un ingegnere delle Ferrovie dello Stato, da bambino spesso tralasciava i compiti per correre all’Acquasanta dove faceva il caddie e dove passava anche molto tempo a osservare Pietro Manca e Robert Doig. Vinse la sua prima gara a 11 anni, a 18 era già maestro e aveva tra gli allievi i nipoti di Pio IX. Poi la guerra che lo vide impegnato nella campagna di Russia. Tornò con tre ferite e gli furono amputate due dita del piede sinistro. Si riprese da quella terribile esperienza grazie al golf e a un matrimonio felice con Maria che gli diede tre figli. Vinse più di trenta tornei, tra i quali i dieci Omnium già ricordati, due Open del Portogallo (1962-66), due Open di Svizzera (1957-1966) e due Lancia d’Oro (1968-70).

L’Open fu tabù. Quattro secondi posti (1950-51-58-59), ma ci andò soprattutto vicino nel 1951. Lo perse per colpa di un temporale che si abbatté sul percorso di Villa d’Este quando mancava da giocare l’ultima buca. Si riprese il giorno dopo. "Prima dell’interruzione - raccontò in seguito - sentivo praticamente di avercela fatta, ma il giorno dopo le cose sono cambiate e fui sorpassato in extremis dallo scozzese Adams".

Iniziò l’attività di maestro a Villa d’Este e dopo due anni si trasferì in Egitto alla corte di Re Faruk rimanendovi cinque anni, vivendo tra Il Cairo e Alessandria. Rientrato in Italia andò al Circolo Golf Torino, quindi partì nuovamente con destinazione l’Estoril, in Portogallo, a fare per tre anni l’allenatore della squadra nazionale lusitana. Poi i vent’anni trascorsi al Golf Club Varese, prima di passare nel 1986 a Castelconturbia. Re Faruk non fu l’unico monarca incontrato, perché ebbe anche un ottimo rapporto con Re Leopoldo del Belgio.

IL MAESTRO DEI MAESTRI

Ricordando i "Tre Moschettieri" non si può dimenticare Pietrino Manca, il "teacher" che fu maestro di Grappasonni e Angelini e capitano in tanti incontri internazionali affrontati insieme ai tre moschettieri. Tra i numerosi successi quelli contro i francesi a Saint Cloud e due volte contro i tedeschi, all’Acquasanta (1935) e a Francoforte (1936).

Nato il 24 gennaio 1914 e deceduto l’11 novembre 2004 Manca, che è stato il primo professionista di golf insignito dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica, ha passato tutta la vita all’Acquasanta. Nel 1931, a 17 anni, divenne assistente sotto la guida di Robert Doig e cinque anni dopo fu maestro titolare. Iniziò in tal modo un’autentica leggenda nella storia dell’insegnamento.

Non bisogna tuttavia dimenticare che è stato un ottimo giocatore, come testimoniano il titolo Omnium del 1940 e il secondo posto, già ricordato, nell’Open d’Italia del 1948. A Manca viene unanimemente riconosciuto il merito di aver dato origine alla prima vera scuola di golf per professionisti. Almeno tre generazioni di giocatori hanno avuto per guida "Mamma Lupa", come lo chiamavano affettuosamente i suoi allievi più famosi. Nella lunga lista oltre ai due "moschettieri" appaiono, tra gli altri, i nomi di Roberto Bernardini, Ovidio Bolognesi, Alberto Croce, Romolo Croce, Giancarlo Grappasonni, Massimo Mannelli, Mario Napoleoni. Tra i dilettanti i grandissimi Franco Bevione e la sorella Isa Goldschmid Bevione. Alla sua scuola, però, sono passati oltre ai tantissimi soci del circolo anche personaggi famosi: teste coronate, nobili romani e non, politici, attori, sportivi. Come detto, Manca non ha mai lasciato l’Acquasanta, ma ha prestato la sua opera durante i periodi estivi nei club di Venezia, Punta Ala, Stresa, Campo Carlo Magno, Venezia e nel circolo elvetico di Crans sur Sierre.