07 Aprile 2021

Il primo Masters tra storia e leggenda

Bobby Jones Bobby Jones

Fu la stampa a dare il nome al torneo che Bobby Jones allestì nel 1934, appena ebbe finito di costruire l’Augusta National, invitando i suoi vecchi avversari e i campioni più celebrati dell’epoca

“Herbert H. Ramsey, ex presidente dell’Associazione Golfistica statunitense, ha dichiarato di aver presenziato ad uno spettacolo mai visto fino ad ora. E dire che egli ha assistito a tante vibranti battaglie nel golf”. Così scriveva nel 1934, all’indomani del primo Masters svoltosi ad Augusta, il giornalista Grantland Rice, uno dei più famosi dell’epoca, che poi concludeva il suo servizio con queste parole: “L’opinione generale è che Bobby Jones e Augusta abbiano dato inizio a un evento che si tramuterà in uno tra i più grandi della storia del golf. Sicuramente la prossima edizione sarà superiore per interesse generale e per sensazioni emotive”.

Rice fu l’inviato ad Augusta di “The American Golfer”, una rivista specializzata purtroppo inghiottita dalla “grande recessione “ nel 1936. Ospitò articoli considerati autentica letteratura del golf e firmati da alcune tra le migliori “penne” dell’epoca come Bernard Darwin e O.B. Keeler, che è stato il biografo di Bobby Jones. Collaboravano anche vari campioni, tra i quali lo stesso Jones, Ted Ray, Tommy Harmour e Walter Hagen.

Naturalmente, per scoprire quanto accadde in quella prima edizione del Masters, non si può far altro che andare a spulciare tra giornali e riviste dell’epoca: abbiamo seguito la pista Rice perché è una tra le più esaurienti.

“Su una cosa si può scommettere: il torneo annuale dell’Augusta National si avvia a divenire uno dei più grandi appuntamenti golfistici”. Rice nel suo articolo insistette su questo concetto, probabilmente perché subito contagiato dall’atmosfera magica che il Masters e il suo scenario sanno ricreare ogni volta che, nella prima settimana di aprile, gli Honorary Starter danno inizio ufficialmente al torneo.

Rice elencò i motivi sui quali fondava la sua tesi, ma si soffermò soprattutto sulla incredibile e inattesa partecipazione di pubblico. Nei parcheggi furono ospitate auto provenienti da ben trentotto stati dell’Unione e persino dal Canada.

In realtà a fare da grande attrazione fu proprio Bobby Jones, convinto e… costretto da coloro che avevano sponsorizzato il torneo, da lui ideato, a scendere in campo. Per l’occasione Jones aveva invitato i suoi vecchi avversari e i migliori giocatori del momento, ma appena confermò la sua partecipazione divennero tutti comprimari. Jones non prendeva parte a competizioni ufficiali da quattro anni, ma c’era chi gli assegnava incondizionatamente i favori del pronostico. La popolarità di Jones, in quel periodo in cui si era impegnato per costruire l’Augusta National, non era certo scemata. Tuttavia era impensabile che potesse tenere il passo con chi continuava ad allenarsi quotidianamente: gli mancava il ritmo di gara, anche se la sua classe era ancora immensa.

Rice racconta di un Walter Hagen che colpiva la palla come mai aveva fatto fino ad allora e di un Bobby Jones sempre valido dal tee e nel gioco corto e insuperabile sul green. “Le speranze di vedere Jones vincente – scrisse a consuntivo Rice – non erano fondate sul piano tecnico, ma più che comprensibili su quello umano”.

Jones si classificò tredicesimo, con punteggi parziali di 76 72 72 72, alla pari con Denny Shute e Walter Hagen.

Sulla prestazione di Bobby Jones, Rice non fece commenti, ma si limitò a raccontare quanto aveva raccolto tra i suoi sostenitori, tutti convinti che l’anno dopo sarebbe potuto tornare a grandi livelli, con dodici mesi avanti per allenarsi.

Vinse Horton Smith che, senza saperlo, aveva firmato un major. Quanto al nome del torneo, fu la stampa a battezzarlo “The Masters”, malgrado la feroce opposizione di Jones che considerava quel titolo troppo roboante. Smith, che si ripetè nel 1936, concluse con un score di 284, uno in meno di Craig Wood. Non mancarono colpi straordinari come quello dello stesso Wood con cui imbuco da lontano, facendo passare la palla in mezzo ai pini, e la “buca in uno” ottenuta alla 7ª da Ross Somerville. Ci fu anche chi, come Ed Dudley, mancò otto occasioni di birdie nelle nove buche finali. Smith realizzò il colpo vincente alla buca 17, mettendo a bersaglio la pallina con un putt di quattro metri. L’anno successivo quella buca divenne la 8ª, perché si decise di invertire l’ordine di gioco dei due gruppi di nove buche, cosa in vigore ancora oggi.

Rice rimase entusiasta anche del percorso: “Il campo richiede una certa versatilità di gioco e varietà di colpi. In particolare occorrevano tiri lunghi e spettacolari nei par cinque per raggiungere il green”. E non trascurò neanche l’aspetto coreografico: “Come scenario il tracciato si è mantenuto in par”.

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